Condividiamo di seguito l’intervento presentato al Convegno Nazionale YANI (Associazione Nazionale Insegnanti di Yoga) – TAPAS, vivere con ardore nell’era del disincanto svoltosi nei giorni 16, 17 e 18 ottobre 2026, a cui ha fatto seguito la sessione pratica di Raja Yoga guidata dal nostro insegnante Massimo Lozzi.
COS’E’ IL RAJA YOGA?
Le parole che utilizziamo ogni giorno raccontano spesso qualcosa del nostro modo di vedere il mondo, anche quando non ne siamo pienamente consapevoli. A volte, proprio nelle espressioni più semplici, affiorano concezioni profonde sulle quali raramente ci soffermiamo.
Quando diciamo «farò yoga e poi meditazione» oppure «faccio yoga e a volte meditazione», sembra naturale distinguere il lavoro con il corpo dalla meditazione, come se appartenessero a momenti diversi della pratica.
Ma questa distinzione ha davvero un fondamento?
Negli Yoga Sūtra di Patañjali, lo yoga non viene definito come un insieme di tecniche o di posture, ma come uno stato della coscienza: yogaś citta-vṛtti-nirodhaḥ. Lo yoga si manifesta con l’acquietarsi dei movimenti reattivi, automatici, coattivi della mente.
Questo acquietamento non si realizza attraverso uno sforzo diretto della volontà, né imponendo alla mente di tacere. Può invece emergere osservando consapevolmente il nostro modo di entrare in relazione con l’esperienza e riconoscendo come la mente la interpreti continuamente alla luce delle proprie preferenze, dei propri timori e dell’immagine che ha costruito di sé.
Da questa prospettiva cambia anche il significato della meditazione; non è semplicemente una tecnica da praticare al termine della sequenza, quando il corpo smette di muoversi, ma un modo di entrare in relazione con ciò che percepiamo senza cercare immediatamente di modificarlo: un’attenzione che ci permette di incontrare l’esperienza per ciò che è.
Ma è proprio il lavoro con il corpo che, a certe condizioni, consente di accedere ad una relazione meditativa con l’esperienza e, attraverso questa, a quello stato di unità che chiamiamo Yoga.
Questo approccio trova un riferimento significativo nel primo sūtra del secondo libro degli Yoga Sūtra, dove Patañjali introduce la pratica come azione trasformatrice della coscienza laddove sussistano tre elementi: tapas, svādhyāya e īśvarapraṇidhāna.
La tradizione le interpreta rispettivamente come disciplina, studio di sé e dei testi, e abbandono al Signore.
La nostra interpretazione non intende sostituire quella tradizionale, ma proporne una possibile traduzione esperienziale.
Tapas non come volontà che impone uno sforzo, ma come l’energia che nasce da una domanda autentica di conoscenza di sé.
Svādhyāya non soltanto come studio, ma come osservazione diretta di ciò che siamo, oltre l’immagine abituale con cui ci identifichiamo. In questa prospettiva āsana non è una forma da imitare, ma un’occasione di esplorazione e conoscenza di sé in profondità.
Īśvarapraṇidhāna non semplicemente come devozione, ma come disponibilità a lasciare che l’esperienza sia più ampia della mente che cerca continuamente di controllarla. È il lasciare spazio a ciò che emerge quando la tensione verso un obiettivo si allenta. L’abbandono all’esperienza non modificata dal mentale, al “qui e ora”, a “ciò che è”.
Quando questi tre aspetti operano insieme, anche una pratica apparentemente semplice può diventare un luogo di trasformazione.
Gli Yoga Sūtra non descrivono quindi una pratica posturale nel senso moderno del termine e Patañjali non utilizza mai l’espressione Rāja Yoga, che entrerà in uso solo alla fine del XIX secolo attraverso Swami Vivekananda.
A partire dall’insegnamento dei Sutra la pratica da noi proposta affonda le sue. radici nell’esperienza di Gerard Blitz con Krishnamacharya nella seconda metà del secolo scorso.
Gérard approfondisce questo incontro con Krishnamacharya, una figura centrale nello sviluppo dello yoga moderno, dal quale riprende i principi fondamentali di una pratica capace di adattarsi alla persona, nella quale āsana, respiro e contemplazione concorrono a un unico processo.
Alla formazione di Blitz contribuiscono anche la pratica dello Zen, approfondita fino all’ordinazione monastica con Taisen Deshimaru, e il lungo rapporto con Jiddu Krishnamurti. Nasce così una proposta nella quale l’āsana non è anzitutto qualcosa da fare, ma un luogo nel quale osservare la mente e il suo funzionamento.
Moiz Palaci e Renata Angelini, allievi diretti di Gérard Blitz per dodici anni, hanno ulteriormente approfondito e sviluppato questo insegnamento anche attraverso la partecipazione, per quattordici anni, ai seminari di Vimala Thakar in India. La sua ricerca, incentrata sull’osservazione diretta di sé e sul riconoscimento dei condizionamenti psicologici che modellano il nostro modo di percepire il mondo, ha rappresentato un ulteriore riferimento nel loro percorso.
È questa la tradizione nella quale si colloca la pratica che proponiamo.
Per questo motivo non consideriamo il corpo come un oggetto da correggere né l’āsana come una forma da raggiungere.
Considereremo piuttosto ogni postura come un’occasione per osservare il modo in cui abitiamo continuamente noi stessi e come la nostra mente pieghi continuamente l’esperienza alle sue esigenze.
Ogni volta che seguiamo un’immagine astratta della posizione, come la posizione “dovrebbe essere”.
Ogni volta che compare lo sforzo
Ogni volta che compare il desiderio di riuscire.
Ogni volta che compare il confronto.
Ogni volta che compare la paura di non essere abbastanza
L’āsana diventa uno specchio.
Non osserviamo soltanto il corpo.
Osserviamo la relazione che abbiamo con il corpo.
Ed è precisamente questa qualità di relazione che costituisce la dimensione meditativa della pratica
In questo senso il corpo non prepara la meditazione.
Il corpo è già uno spazio di osservazione meditativa, quando diventa anche luogo di ascolto e apprendimento.
La sequenza alterna momenti di immobilità e di movimento.
L’immobilità iniziale serve semplicemente a rallentare, lasciando che il ritmo della mente possa avvicinarsi gradualmente a quello del corpo.
Da lì nascerà il movimento.
Non come ricerca della forma perfetta, ma come esplorazione.
Ogni postura avrà un proprio ritmo, una propria respirazione, una propria qualità di presenza.
Se riusciremo a rimanere in ascolto con questa qualità, forse ci accorgeremo che yoga e meditazione non sono due pratiche differenti.
Sono due nomi che diamo a una stessa esperienza quando il corpo, il respiro e la coscienza smettono di procedere separatamente.
E ora, come amava dire Gérard Blitz, dopo molte parole, ripartiamo da āsana.








